IL CILENTO E LE SUE ANTICHE TRADIZIONI

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IL CILENTO E LE SUE ANTICHE TRADIZIONI:  IL MAESTRO D’ASCIA GIOVANNI CAMMARANO

Luigi Prisco

  Nel cuore del Cilento, arroccato su di una collina e con lo sguardo rivolto verso il mare, sorge il paesino di Pisciotta, una località incontaminata dove sopravvivono alcune delle più antiche tradizioni della nostra terra. Una delle principali vocazioni economiche e produttive di questo luogo, oltre al buonissimo olio d’oliva, è la pesca. Ancora nel secolo scorso questa attività a Pisciotta era praticata a bordo di imbarcazioni in legno che erano propulse a vela armando la più iconica e storica di queste: la latina, di forma triangolare e di antichissima concezione. La costruzione di queste particolari tipologie di naviglio, che vedremo meglio tra poco, rivive ancora oggi nell’opera di un uomo pisciottano, che con tanta dedizione e passione svolge il mestiere, altrettanto antico, del maestro d’ascia. Giovanni Cammarano, questo è il suo nome, lo abbiamo incontrato, io ed il mio amico e archeologo Giuseppe Ferraioli, ad inizio dicembre a Marina di Pisciotta. Dopo il caffè di prammatica e una fugace chiacchierata preliminare, ci ha portato a dare uno sguardo, nel vicino porticciolo, ad una piccola imbarcazione, una lancia, chiamata “Francesco”, che con tanto orgoglio aveva restaurato e nominato come suo figlio. Il maestro, salito a bordo della sua barca, ha rassettato e messo in ordine con fare meticoloso tutto quello che era fuori posto prima del nostro arrivo, ed ha infine issato la lunga antenna dell’albero per permetterci di scattare le prime foto della giornata.

Terminata questa breve visita ci ha poi condotti nel suo quartier generale, il luogo dove imbarcazioni come “Francesco” prendono vita: il cantiere navale. Con sommo stupore questo non era collocato nei pressi del mare come ci si potrebbe aspettare, ma vicino casa sua, più nell’entroterra e soprattutto più in alto. Superata quindi una ripida salita, in un ampio spiazzale prima di giungere al cantiere, coperte da un telo per proteggerle dalle intemperie, alcune imbarcazioni tradizionali in legno ci hanno dato il benvenuto: gozzi sorrentini, gozzi a menaide, i quali prendono il nome dalla particolare rete per la pesca delle alici (la tipologia più utilizzata a Pisciotta) e varie lance. Solitamente tutte queste imbarcazioni dovrebbero essere impiegate per la pesca, ma oggi come oggi, con l’avvento della tecnologia e delle motorizzazione, vengono principalmente utilizzate per le regate in cui gareggiano barche tradizionali provenienti da tutta Italia. L’ultima di queste si è tenuta l’anno scorso, e la prossima avrà luogo quest’anno, a maggio, con il “circuito delle sirene”, un percorso effettuato lungo costa con partenza da Monte di Procida e che ha come traguardo Palinuro. Lo stesso Giovanni parteciperà alla regata a bordo di un gozzo a menaide di sua costruzione a vela latina chiamato “Limetta” lungo 7 metri.

  Arrivati finalmente in cima ed entrati nel cantiere, la storia ci ha sommersi. Su di una parete in una bacheca, quasi come se fossero incorniciati in un magnifico dipinto, una miriade di attrezzi antichi e non: seghe per tutti i generi, mazzole, pialle e lime. Ma tra questi spiccava sopra ogni altro l’ascia, lo strumento più importante, quello che fa il maestro! Non è un’ascia come la si potrebbe immaginare, invero ha un aspetto abbastanza insolito, è ricurva e somiglia più ad una zappa. Questa peculiare forma è però necessaria per sbozzare tutti i componenti curvi di un’imbarcazione in legno, soprattutto le ordinate, che per chi non è avvezzo alla terminologia navale, sono quelle che potremmo chiamare “costole” immaginando la barca come un corpo umano. Sul resto delle pareti sagome di varo tipo, e su di una in particolare, una serie di queste aveva attirato la nostra attenzione. Erano dei garbi, cioè dei modelli basati sulla forma delle ordinate che permettono di tracciare queste ultime da tagliare direttamente sul legname in poche semplici mosse. Dire che questo metodo sia secolare è poco. Le prime citazioni di questo strumento le abbiamo addirittura nel medioevo. Dopo una dimostrazione da parte del maestro dell’utilizzo del garbo, ci ha mostrato un altro metodo, anche questo antico, chiamato “mezzo modello”, che consente di disegnare su carta la forma dell’imbarcazione da costruire. Alla base di queste tecniche c’è sempre da tenere a mente che parte tutto dal costrutto mentale del maestro d’ascia, che immagina e modella già nella sua testa l’imbarcazione che ha da venire, ciò richiede grande capacità e senso pratico.

Abbiamo infine concluso la giornata parlando delle essenze legnose da lui impiegate per la costruzione navale, di vele, e assistendo ad alcune opere di calafataggio, cioè a quelle attività necessarie all’impermeabilizzazione dello scafo per evitare che l’acqua si infiltri all’interno della barca e che il legno si deteriori. Con una mazzola e una “palella”, un utensile in ferro a forma di spatola, Giovanni, ha aperto i comenti, ovvero le fessure che si formano tra una tavola e l’altra del fasciame, e ha estratto parte del vecchio calafataggio composto da fili di cotone. La “palella” come ha poi rivelato lo stesso Giovanni era stata prodotta in passato dagli “zingari”, un tratto comune della storia della cantieristica navale campana tradizionale. Abili nella forgia, gli “zingari”, realizzavano chiodi e altri strumenti in ferro con altissima precisione indispensabili ai bisogni dei maestri d’ascia.

Lo scopo di siffatto incontro, oltre alla mera ricerca etnografica, è stato il recupero delle antiche tradizioni marinare campane in un’ottica di rinnovata consapevolezza della nostra storia e dei nostri retaggi. Molto dobbiamo al mare come regione, ha formato la nostra cultura, il nostro essere, ci ha messo in contatto con il resto del mondo in passato e lo fa tutt’oggi. Purtroppo però tale consapevolezza viene sempre meno parallelamente all’avanzare del progresso, e uomini e attività come quelle del maestro Giovanni vanno a poco a poco scomparendo lasciandoci un vuoto d’identità incolmabile. E’ necessario tenere in vita la nostra storia e farne un vanto culturale divulgandola il più possibile prima che sia troppo tardi.

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