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ESSERE COMANDANTE

Dal Vocabolario della Lingua Italiana edito dalla Treccani si legge: Comandante, di nave mercantile, colui al quale spetta la direzione della manovra e della navigazione sotto il profilo tecnico e disciplinare, la rappresentanza dell’armatore e l’esercizio di poteri legali per il buon fine della spedizione.
Questa definizione non fa una piega se non che appare riduttiva, infatti se bastassero queste poche parole per definire un Comandante dovremmo rinunciare a pensare alla complessità del ruolo che egli ricopre.

Essere Comandante vuol dire trovarsi un bel giorno a dover prendere una decisione importante perché l’Equipaggio lo pretende, e non per l’impegno professionale fino ad allora acquisito, non perché si è simpatici o antipatici, ma perché è il Comandante colui dal quale ci si aspetta la decisione finale.
Questa potrebbe non fargli comodo, essere deleterio per i suoi privati interessi, avere un costo tanto alto da non poter essere coperto con quanto si possiede, ma una volta presa la decisione, essa gli appartiene come una seconda pelle e qualunque sia la conseguenza, egli sa che è da quel momento che a pieno titolo è diventato Comandante.

In età scolare ci viene insegnato quali sono i diritti e i doveri del comandante, poi, andando avanti con la professione, si tralasciano i diritti e si presta molta più attenzione ai doveri.
Il dovere di ben comprendere quanto sia importante rappresentare il proprio Paese all’estero, farlo con semplicità, senza arroganza, ma orgogliosamente pensando a quanto sono pochi i fortunati a cui viene affidato questo prezioso incarico.

Il dovere di essere un buon esempio per il proprio Equipaggio senza mai scordare che le loro esigenze devono avere la prevalenza sulle nostre. Essere si presente, ma con discrezione, senza invadenza. Rammentare sempre che l’equipaggio non si rivolge ad un comandante, ma al Comandante.
Il dovere di ben conoscere quali sono i nostri doveri.

Io non so se comandanti si nasce o si diventa, ma sono certo che non lo si è fin quando non ci si convince di esserlo, fin quando non si capisce che i privilegi di cui si fruisce non sono destinati alla persona, ma a quello che egli rappresenta consapevolmente che “la solitudine del comando” ci appartiene come una divisa.

Fino a non molto tempo fa mi infastidiva sapere che alcune persone impiegate negli uffici di compagnie di navigazione si facevano chiamare comandanti senza aver mai assunto il comando di niente, che usurpavano in qualche modo quanto io ed altri come me avevano fatto fino ad allora. Sbagliavo, ben vengano questi “usurpatori” ciò significa quanto questo titolo sia ambito. E poi diciamocelo, sinceramente, basta davvero solo un titolo per fare un Comandante?

Può capitare di sentirsi a volte disorientati e con il cuore chiuso in una morsa perché consapevoli di essere unici responsabili finali delle vite che ci sono state fiduciosamente affidate, ed è allora che la forza ci pervade ed ogni difficoltà diventa ai nostri occhi semplicemente risolvibile è così che sei Comandante.

Giovani e non più giovani Comandanti quando salite la passerella della vostra nave fatelo con autorevolzza, con sicurezza, con il sorriso, il vostro Equipaggio vi osserva più di quanto possiate immaginare. E quando, al termine del vostro imbarco,  scenderete da quello stesso scalandrone non chiedetevi se avete lasciato una buona o cattiva impressione di voi, ma piuttosto se avete fatto la cosa giusta al momento giusto e poi sulla via di casa tornate ad essere un normale cittadino, ve lo siete meritato.

Cari Ufficiali che presto sarete meritevolmente Comandanti, siatelo nel modo migliore, senza arroganza, ma con la consapevolezza del vostro ruolo e se peccherete di un pizzico di superbia sappiate perdonarvi, gli uomini non sono perfetti, le loro intenzioni sono perfette.

Randagio Blogini

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